Comune di Castellabate (Sa) - Parco del Cilento
Torna alla Copertina

Home Page  |  Contatti


ANTIQUARUM COMUNALE

CONTENUTO DELL'ANTIQUARIUM

LE ANCORE ROMANE oltre che sui relitti, vengono ritrovate nei pressi di porti antichi e in zone di mare protette dai venti dove le navi probabilmente si ancoravano. Non è facile datarle se ritrovate prive di un contesto archeologico poiché le caratteristiche tecniche della loro costruzione, anche se diverse, sono coesistite a lungo. Le prime ancore furono semplicemente delle pietre fissate ad una fune, la quale, in seguito, fu fatta passare attraverso un foro; nelle ancore più perfezionate, i fori divennero tre o più. , per alloggiarvi dei paletti di legno che facessero una migliore presa sul fondo. Una ulteriore trasformazione, che fu il modello dell’ancora romana in piombo, fu quella di una pietra allungata a forma di banana, con una scanalatura centrale, fissata ad un fusto ligneo terminante con due marre. I romani perfezionarono questo tipo di ancora usando ceppi di legno in cui fondevano del piombo per appesantirli. In seguito lasciando invariata la forma classica dell’ancora, come la conosciamo ancora oggi, trasformarono il ceppo costruendolo completamente in piombo. Le due braccia del ceppo sono unite ad una cassetta centrale di forma generalmente rettangolare che veniva fissata al fusto di legno. Questa cassetta aveva a volte, un perno centrale in piombo o in legno per rendere ancora più solidali i pezzi dell’ancora. Ceppi in piombo smontabili di forma curva molto simili ai ceppi di pietra, furono usati per navi più piccole e fu l’avvento dell’ancora in ferro. L’ancora era poi completata da una contro marra sempre in piombo con tre fori, nei quali trovavano alloggiamento il fusto centrale dell’ancora e i due bracci delle marre.


LE ANFORE sono i container degli antichi, i fossili guida della nostra civiltà il giusto simbolo dell’archeologia subacquea. L’anfora è una sorta di vaso, munito di due manici (anse), di forma affusolata o tondeggiante e con il corpo terminante in un peduncolo che non le permette di reggersi senza un sostegno, usata nell’antichità per il trasporto marittimo di derrate alimentari. Il suo nome, Ampliphoreum o Amphoreus, si trova scritto sulle tavolette di argilla del periodo miceneo, 1500 a.C. ed i primi ad usare questi recipienti furono i popoli cananei che abitavano le coste della Palestina e della Siria.

Questi li fecero conoscere agli Egizi i quali, a loro volta, li trasmisero ai Greci che fin dal VII secolo a.C. li usarono per i loro commerci marittimi e in breve tempo tutti i popoli del Mediterraneo adottarono questi recipienti. (Una nave fenicia di 30 mt. di lunghezza è stata ritrovata nelle acque di Marsala con un grande carico di anfore e una etrusca del VI secolo a.C. sulle coste della Francia meridionale). Nei secoli successivi le navi romane trasformeranno il Mediterraneo nella via principale di trasporto e commercio e Ostia ne divenne il porto principale dove giungevano il grano dall’Egitto, dalla Spagna, dalla Sicilia, le merci preziose dell’Oriente, le opere d’arte dalla Grecia. I minerali dalla Francia, il vino dalla Magna Grecia. La navigazione comunque era poco sicura e molte navi a causa delle tempeste naufragavano, altre per salvarsi gettavano il carico in mare e il Mediterraneo si è così arricchito sempre di più, conservando nelle sue profondità reperti di ogni genere: statue, vasellame, marmi, pani di metallo e soprattutto anfore.

Cerchiamo di conoscere meglio questo antico contenitore, esso è semplice e funzionale e rispecchia l’evolversi delle varie civiltà secondo i mutamenti politici ed economici. Le forme variano a seconda dei popoli di provenienza e delle merci trasportate e il maggiore o il minore ritrovamento di anfore appartenenti a quel popolo, indica chiaramente l’evoluzione o il decadimento in quel momento della storia. Sono belle a vedersi ma anche funzionali, infatti la loro forma le rende adatte allo stivaggio nella nave e i manici robusti ne permettono una salda presa. Venivano costruite su un tornio, ma in parti staccate che poi venivano assemblate prima della cottura e la loro capacità era costante tanto che già in epoca repubblicana i romani usarono il termine anfora come unità di misura (26 lt.).

Nelle anfore venivano trasportati diversi prodotti alimentari: vino, olio, olive, grano, semi, spezie, aceto, frutta secca, datteri e darum (una specie di salsa di pesce prodotta in Africa e molto apprezzata dai romani). Per la conservazione del prodotto era importante avere una chiusura ermetica che veniva ottenuta con dischi di legno, tappi di sughero o di pozzolana oppure mediante una pigna verde che, oltre a fare da tappo, dava aroma al contenuto.

Le anfore portano segni o stemmi diversi che indicano la provenienza o il contenuto oppure il mercante o il costruttore del vaso. Il primo a classificare le anfore secondo il tipo e la cronologica fu l’archeologo tedesco Henry Dressel nel 1889. Egli si servì per questo lavoro delle anfore di Monte Testaccio a Roma.

Questa montagnola infatti non è altro che la discarica delle anfore che giungevano nella capitale dall’impero; una volta svuotate venivano depositate in quel luogo.



ARCHEOSUB A CASTELLABATE

Nella zona di mare che va da S. Marco A Punta Licosa, i sub del centro subacqueo nel 1967 ritrovarono alcune ancore che ancora oggi sono la più importante scoperta per lo studio della tipologia dell’ancora romana. Fu ritrovato, lungo una scarpata sommersa, che segue quasi parallela la conformazione della costa, ad una profondità di circa 40mt., un gran numero di ceppi in piombo. Alcuni portavano inserzioni in numeri romani, altri il simbolo probabile delle trireme, altri astragali propiziatori. Una di esse porta la scritta: CAQUILLI PROCULI. Era il membro di una ricca famiglia di rango senatorio che fu console nel 90 d.C. e proconsole in Asia nel 103-104 d.C. (CAIUS AQUILLIUS PROCULUS).

La presenza di un tal numero di ancore in una zona molto ristretta fece, all’inizio, supporre agli archeologi la suggestiva scena di una flotta che taglia gli ormeggi per l’arrivo di una tempesta improvvisa o per l’attacco repentino di una flotta pirata o nemica. In realtà la presenza del vicino porto e il riparo che la costa offre in quel punto, dai venti provenienti da sud e sud-est, fa credere più realisticamente che le ancore siano state perse dalle navi nel corso dei secoli, tanto più che successive scoperte hanno portato al recupero di ancore in pietra di diverse forme, certamente più antiche di quelle romane. Nella stessa zona di mare sono state rinvenute numerose anfore, alcune integre, di epoche diverse, che suffragano ancora di più l’ipotesi che, navigando lungo la costa, i comandanti delle navi scegliessero questa insenatura per ancorarsi e commerciare con gli abitanti.

Nel 1988 ci fu il ritrovamento del relitto di Punta Licosa.

Due subacquei del CE.SUB. avvistarono poche tracce visibili di una tragedia avvenuta tanti secoli prima, quando una nave oneraria, colta dalla tempesta, era affondata al largo di Punta Licosa. Dopo le prime sommarie esplorazioni, nel 1990 si effettuò una campagna di studi con misurazione, posizionamento, esplorazione al di fuori dell’area del relitto, fotografie (guidate dall’archeologo sub Cianfarani dello Stas). La poca profondità, 30 mt., e la limpidezza dell’acqua, facilitarono l’opera dei subacquei che poterono così capire che la nave, di circa 20 mt., era affondata subito, senza disperdere il carico, mentre aveva la prua su Capo Palinuro; per il tipo di anfore trasportate, poteva essere datata intorno al I sec. a.C.

Una successiva campagna di scavi effettuata nel settembre del 1992 ha permesso il recupero di 56 anfore, di alcuni chiodi in ferro, di pezzi di legno forse del fasciame della nave.

Questo relitto è tra i più importanti tra quelli scoperti in Italia, sia per la grandezza, sia per il fatto che non è stato manomesso da clandestini o da reti da pesca.




  Dove siamo | Manifestazioni | Mostre | Ospitalità | Relax | Servizi | Territorio


Comune di Castellabate - Piazza Lucia - 84072 S. Maria di Castellabate (Sa)
0974. 962311  e.mail: info@comune.castellabate.sa.it